“L’industria automobilistica europea sta per morire”: il capo di Renault solleva allarme di fronte alla minaccia cinese

Renault solleva nuovamente una preoccupazione che affligge tutti i produttori europei. Mentre i gruppi locali cercano di riacquistare competitività in questa nuova era dell’automobile, la pressione delle marche cinesi costringe a riconsiderare il futuro della produzione nel continente. Il produttore francese vuole che Bruxelles intervenga prima che vengano prese decisioni riguardo alle prossime fabbriche e modelli.
François Provost, amministratore delegato di Renault, ha descritto uno scenario particolarmente allarmante durante un incontro con i giornalisti a Londra. Secondo Reuters, se l’Unione Europea mantiene la rotta attuale, la produzione di automobili in Europa potrebbe ridursi a metà rispetto alla media storica poco dopo il 2030.
Secondo il dirigente, l’origine del problema risiede in una differenza di costi difficile da compensare. Provost afferma che i produttori cinesi possono importare le loro auto in Europa a costi inferiori del 30% al 40% rispetto ai concorrenti europei. Un divario che, a suo avviso, Renault non può colmare nelle condizioni attuali, il che minaccia di spostare sempre più la produzione al di fuori del continente.
L’avvertimento riguarda molto più che solo i marchi presenti sul cofano. Una riduzione di tale entità metterebbe sotto pressione le fabbriche di assemblaggio, ma anche i fornitori e l’occupazione industriale che da esse dipende. Vendere auto in Europa e produrle qui sono infatti due cose diverse, anche se per decenni queste due attività sono state strettamente collegate.
Renault vuole che i marchi cinesi producano in Europa

La proposta di Provost prevede di richiedere ai produttori cinesi che vogliono vendere sul mercato europeo una produzione locale. Il suo approccio consiste nel collegare l’accesso al mercato all’attività industriale all’interno del continente, in modo che la crescita di queste marche si traduca anche in fabbriche e posti di lavoro in Europa. Il dibattito smetterebbe così di concentrarsi soltanto sul numero di automobili provenienti dalla Cina per concentrarsi su dove vengono prodotte.
L’idea presenta una logica industriale evidente, anche se da sola non risolve tutti i problemi. Attrarre investimenti può aiutare a mantenere attività e fornitori, ma non elimina automaticamente il divario di competitività dei produttori europei. Apre inoltre la strada a tensioni commerciali con Pechino, soprattutto se l’obbligo di produrre localmente diventa una condizione per continuare a vendere.
Inoltre, questa mossa arriva dopo un altro avvertimento da parte del massimo responsabile di Renault. Durante il Salone dell’Automobile di Parigi, Provost aveva già indicato che il gruppo potrebbe essere costretto a ridurre la sua produzione europea di 300.000 auto all’anno se gli obiettivi di emissione di CO₂ entro la fine del decennio non dovessero essere allentati. In quel caso, l’avvertimento riguardava le decisioni industriali della stessa azienda.
Ora il messaggio ha una portata maggiore. Renault chiede modifiche sia alle condizioni di competizione sia alle esigenze che i produttori devono soddisfare. Si tratta di due dibattiti collegati, ma è opportuno distinguerli: modificare gli obiettivi di emissione non garantisce che i marchi europei producano a costi più bassi, così come attirare stabilimenti cinesi non assicura il futuro di tutti i produttori attuali.
Per ora, ciò che propone Provost è uno scenario condizionato dall’assenza di misure, non una riduzione della produzione già decisa. La sua intervista pone nuovamente Bruxelles di fronte a una questione complessa: come mantenere un’industria competitiva mentre il mercato cambia. Anche per l’acquirente c’è molto in gioco, poiché la protezione delle fabbriche deve essere accompagnata da automobili elettriche che sia possibile acquistare, visto che l’attuale sovraccosto rispetto ai modelli elettrici in Cina diventa sempre più difficile da giustificare.