La benzina e il diesel mantengono i loro prezzi record mentre il petrolio attraversa nuovamente lo stretto di Oman: cosa sta succedendo?

Il petrolio scorre nuovamente in grandi quantità nello stretto di Ormuz, ma il ripristino del traffico marittimo non sta restituendo tranquillità al mercato energetico. Il barile di Brent, riferimento in Europa, si attesta intorno ai 106-107 dollari, mentre le difficoltà nel trasporto del greggio, la diminuzione delle riserve e i problemi delle raffinerie mantengono elevati i costi di approvvigionamento.
Questa apparente contraddizione ha una spiegazione: il fatto che ci sia più petrolio disponibile non significa che arrivi rapidamente e a un prezzo competitivo alle raffinerie che ne hanno bisogno.

Ormuz riprende il traffico, ma il mercato rimane sotto pressione
La guerra tra Stati Uniti e Iran ha alterato le rotte commerciali, danneggiato le infrastrutture energetiche e consumato una buona parte delle riserve necessarie per mitigare le interruzioni.
I dati di settembre mostrano una significativa ripresa delle esportazioni dei produttori del Golfo Persico. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), le spedizioni di greggio sono aumentate di 4,4 milioni di barili al giorno, raggiungendo i 13,9 milioni. Questa cifra equivale a più del 75% dei livelli precedenti alla guerra.
Aumentato anche il volume di petrolio che attraversa lo Stretto di Ormuz: è cresciuto di 3,7 milioni di barili al giorno, arrivando a 10,9 milioni. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita ha incrementato il flusso del suo oleodotto Est-Ovest, che permette di trasportare petrolio senza attraversare lo stretto, fino a 5,6 milioni di barili al giorno.
La ripresa si è estesa a tutto il mercato. L’offerta mondiale è aumentata di 2,5 milioni di barili al giorno a settembre, raggiungendo i 102,3 milioni. Tuttavia, questi miglioramenti non sono sufficienti per garantire un approvvigionamento stabile, soprattutto mentre persiste il rischio di nuovi attacchi contro petroliere e impianti energetici.
L’evoluzione dei prezzi permette di capire perché il ritorno del petrolio greggio non si traduca automaticamente in prezzi più bassi. Dall’inizio di settembre, il Brent sul mercato dei futures è salito di circa l’13%, arrivando vicino ai 107 dollari al barile.
La situazione è ancora più complicata sul mercato fisico, dove vengono negoziate le partite di petrolio per la loro consegna effettiva. Il prezzo di riferimento North Sea Dated era aumentato del 43 %, raggiungendo circa 134 dollari al barile, mentre alcune varietà del Mare del Nord hanno toccato i 160 dollari.
Questa differenza è fondamentale: il prezzo dei futures riflette le aspettative di mercato, mentre quello del petrolio fisico dipende anche dalla disponibilità immediata delle partite, dalla loro ubicazione e dalle difficoltà di trasporto.
Pertanto, il problema non consiste soltanto nella produzione di petrolio sufficiente, ma nel disporne dove e quando ne c’è bisogno.

I petroliere e le raffinerie aumentano il costo del carburante
Il trasporto marittimo è diventato uno degli ostacoli principali per la normalizzazione dei prezzi. I costi di noleggio dei petroliere hanno raggiunto livelli record, a causa dei rischi di navigazione, delle assicurazioni più care e della scarsità di navi disponibili.
Questi costi aggiuntivi aumentano il prezzo del petrolio acquistato dalle raffinerie e riducono i loro margini di profitto. Se alcune strutture diventano meno redditizie o devono limitare la propria attività, anche la produzione di benzina e diesel può risentirne.
L’AIE prevede che l’attività di raffinazione a livello mondiale scenda a 81,3 milioni di barili al giorno a ottobre, per poi riprendersi fino a 84,6 milioni entro la fine dell’anno. Tuttavia, questa ripresa dipenderà dal miglioramento delle condizioni di approvvigionamento e sicurezza.
Il problema è particolarmente rilevante per l’Europa e l’Asia, che devono importare grandi quantità di greggio e prodotti petroliferi. Se il trasporto rimane costoso e le raffinerie non possono funzionare normalmente, il prezzo dei combustibili potrebbe rimanere elevato anche quando aumenta il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Ormuz.
Le riserve di petrolio sono ai minimi
L’altra grande debolezza del mercato è l’esaurimento delle scorte. Le riserve mondiali registrate sono diminuite di altri dieci milioni di barili a settembre. Dalla fine di febbraio, la caduta cumulativa raggiunge i 509 milioni di barili, equivalenti a una media giornaliera di circa 2,4 milioni.
Inoltre, le scorte terrestri si trovano vicine ai loro livelli più bassi almeno dal 2016. Ciò significa che una parte del petrolio che torna sul mercato deve essere destinata a ricostruire le riserve, invece di coprire esclusivamente il consumo corrente.
Anche la ripresa delle esportazioni non si è riflessa in modo uniforme su tutti i prodotti. Le spedizioni di combustibili raffinati provenienti dal Medio Oriente sono aumentate a 1,9 milioni di barili al giorno a settembre, rispetto ai 4,7 milioni registrati prima della guerra. Il gasolio liquefatto ha raggiunto i 670.000 barili al giorno, molto al di sotto dei 1,5 milioni precedenti al conflitto.
Nel caso del diesel, la disponibilità mondiale è diminuita di 1,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre e di 1,7 milioni nel terzo, rispetto all’anno precedente.

Quando scenderanno i prezzi della benzina e del diesel?
Il ripristino del traffico attraverso Ormuz rappresenta una condizione favorevole, ma non garantisce una riduzione immediata nei prezzi alle stazioni di servizio. Il prezzo finale dipende anche dai prezzi dei combustibili raffinati, dai costi di trasporto, dal tasso di cambio tra dollaro ed euro, dagli margini di distribuzione e dalle tasse.
L’AIE prevede che l’offerta mondiale di petrolio raggiunga in media 100,7 milioni di barili al giorno nel 2026, mentre la domanda dovrebbe attestarsi intorno ai 102,4 milioni. Per il 2027 si attende una ripresa della produzione e delle scorte, sebbene l’evoluzione dipenderà dalla sicurezza regionale e dalla normalizzazione delle esportazioni.
Per ora il mercato rimane esposto a nuovi aumenti qualora venga interrotta un’altra rotta di approvvigionamento o si verifichino nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche. Il mercato non ha ancora ripristinato la propria sicurezza energetica, ma finché le riserve rimarranno ai minimi, i petroliere applicheranno tariffe straordinarie e le raffinerie dovranno affrontare problemi di approvvigionamento, la benzina e il diesel continueranno a essere soggetti a una pressione che la riapertura dello stretto, da sola, non può eliminare.