Fotovoltaico a terra nelle aree agricole? Ribadito il no, anche se il terreno è incolto

Fotovoltaico a terra, ribadito il no. Con la sentenza n. 184, della Corte costituzionale all’installazione di impianti con pannelli collocati a terra nelle aree agricole. Ma attenzione: non si tratta di un divieto assoluto alle rinnovabili nelle campagne. Restano consentiti gli impianti agrivoltaici e alcune deroghe, dalle Comunità energetiche alle installazioni in aree già compromesse. Eppure, secondo Agea, in Italia ci sono circa 3,7 milioni di ettari di terreni agricoli abbandonati, pari a quasi un terzo della superficie agricola nazionale che 12 milioni di ettari. Ci si straccia le vesti per l’assalto ai terreni agricoli, ma milioni di ettari restano incolti perché mancano manodopera, investimenti e redditività. Un problema che ha poco a che vedere con la speculazione energetica e molto con la crisi strutturale dell’agricoltura italiana.
Inammissibili e non fondate le ragioni del Tar del Lazio, il divieto non è incostituzionale
Il DL Agricoltura è approvato da tempo, ma sono stati numerosi i ricorsi del Tar Lazio contro le norme che limitano il fotovoltaico a terra nelle aree agricole. La Corte costituzionale ha esaminato questi atti e li ha respinti. Alcune contestazioni del tribunale amministrativo non potevano nemmeno essere esaminate perché formulate in modo non adeguato (inammissibili), mentre le altre sono state esaminate nel merito e giudicate non fondate, cioè prive di ragioni sufficienti per dichiarare incostituzionali le norme contestate.
La frase chiave: “in parte inammissibili e in parte non fondate“. Secondo la Corte, il legislatore ha legittimamente bilanciato la tutela del suolo agricolo con gli obiettivi di sviluppo delle energie rinnovabili.
Non è un divieto assoluto alla rinnovabili su suolo agricolo: le deroghe e l’agrivoltaico
Attenzione il limite non si traduce in divieto assoluto come sottolinea la Corte: «La norma censurata non vieta indistintamente l’installazione di tutti gli impianti per la produzione di
energia solare nelle aree agricole, ma soltanto quella degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra». E anche questi possono essere installati, ma non in qualsiasi terreno agricolo. Ecco le deroghe principali: comunità energetiche e installazioni in cave, miniere e altre aree già compromesse. Su quest’ultimo punto ricordiamo le aree di rispetto della fascia autostradale e aree interne ad impianti industriali.
Emilia Romagna: c’è confusione sull’agrivoltaico
Eppure, paradossalmente da sinistra e dintorni, si sono contestati gli impianti nei terreni vicino alle autostrade, l’assessore all’agricoltura dell’Emilia Romagna Alessio Mammi. Fino all’assurdo e al ridicolo, con la prima versione della legge sulle aree idonee in Sardegna, di limitare i pannelli su un capannone perché a due chilometri da un nuraghe.

Un altro capitolo è quello dedicato all’agrivoltaico dove non esiste un divieto, l’impianto può essere però bocciato in sede di valutazione dal ministero, e quindi per la Corte sono «consentiti gli impianti agrivoltaici con moduli non collocati a terra che preservano la continuità delle attività colturali e agropastorali sul sito di installazione». Nonostante l’opposizione di diversi comitati locali in queste settimane si stanno inaugurando diverse impianti finanziati con le risorse del Pnrr.
Non si pregiudicano gli obiettivi europei
La Corte è molto chiara nella sua sentenza e sottolinea che «le limitazioni introdotte non siano tali da compromettere il raggiungimento degli obiettivi europei in materia di energie rinnovabili». Una delle parti aveva anche chiesto alla Corte costituzionale di chiedere un parere alla Corte di giustizia dell’Unione europea, sostenendo che il Decreto Agricoltura potesse essere in contrasto con il diritto europeo. Per i magistrati però non c’è alcun dubbio giuridico tale da giustificare il rinvio quindi decidiamo noi senza interpellare la Corte europea.

Un altro dato centrale è quello dedicato alla sostenibilità economica degli investimenti. La Consulta ha stabilito che il maggior costo degli impianti agrivoltaici non è un motivo sufficiente per sacrificare la tutela del suolo agricolo. Secondo la Corte, il legislatore può legittimamente privilegiare soluzioni che consentano la prosecuzione delle attività agricole, anche se meno convenienti per gli operatori del settore energetico.

Abbiamo fatto riferimento ai 3,8 milioni di ettari non coltivati. Ma per la Corte se si dovesse valutare caso per caso se un terreno è davvero coltivato, poco coltivato, temporaneamente abbandonato o degradato, si creerebbe un’enorme incertezza e migliaia di contenziosi. Questo è vero, ma in alcuni casi se il suolo è completamente degradato e non produttivo l’investimento in rinnovabili permetterebbe una produzione a basso costo di energia. Un elemento per disinnescare molte proteste dei comitati locali che si basano anche sul fatto: «ma il costo dell’energia non scende in bolletta con il fotovoltaico».
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